Sono nato nel 1984 e ho studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna. Sono ormai diversi anni che faccio fotografia e non sono ancora convinto di avere ben compreso le infinite sfaccettature e implicazioni che questo affascinante strumento, che fonde assieme tecnica ed emotività, possa contenere. Credo che la fotografia viva di spazi e distanze. Lo spazio dell'inquadratura è il primo ad essere coinvolto, scegliendo quali elementi mettere in scena e quali escludere, sancendo un «dentro» e un «fuori» dai confini netti, laddove invece – nella realtà – di confini non ve ne sono. L'organizzazione degli elementi all'interno dello spazio prescelto è l'alfabeto con cui si può raccontare la propria storia, una storia che può essere attinta dalla realtà, che può essere testimonianza o interpretazione, ma che può anche essere una storia fantastica, una mise-en-scene per stupire, emozionare e, perché no, anche ingannare. Allo spazio segue la distanza. Una distanza fisica e temporale. Della prima forma è il reportage di viaggio che vi si alimenta, scoprendo il fascino dell'esotico, dello sconosciuto. La fotografia è una traccia tascabile, un filo invisibile che permette di mostrare ciò che è lontano. La seconda forma di distanza, invece, è la linfa vitale della fotografia documentaria. È la fotografia come memoria, come effigie, come reperto. Una fotografia è un piccolo frammento di spazio e tempo rubato al mutevole susseguirsi degli eventi e gettato in forma cristallina verso il futuro. Quale siano gli intenti perseguiti dal progetto che, di volta in volta, mi capita di seguire, la mia priorità è sempre quella della narrazione, come se le mie fotografie fossero i capitoli di un racconto da trasmettere a chi le guarda.